Siamo tutti fenomeni
... sul perché il desiderio non basta
per ottenere quello che vorresti (o pensi di volere).
Se preferisci ascoltare, ecco l'episodio in formato audio.
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Ti do una frase da masticare per tutta la settimana: puoi ricevere solo quello che il tuo sistema nervoso è convinto di poter accogliere.
Ti hanno insegnato un'altra cosa.
Ti hanno detto che se desideri abbastanza forte, prima o poi arriva.
Più visualizzazione, più intenzione, più vision board.
Hai fatto tutto, hai messo la foto di quella cosa sullo sfondo del telefono, e quella cosa non è arrivata.
E ti sei detta che forse non ci credevi abbastanza.
Ci credevi forse più di quanto servisse. Il punto è un altro, ed è fisico.
Il tuo corpo ha una soglia
I terapeuti la chiamano finestra di tolleranza. È lo spazio dentro cui puoi stare senza andare in tilt: sotto vai in freeze, blocco, immobilità; sopra vai in allarme. Dentro quella finestra stai bene, ti fidi, rischi, immagini in grande.
Fuori da quella finestra il corpo fa una cosa sola: ti riporta a quello che conosce. Anche quando quello che conosce fa schifo. Per il sistema nervoso, conosciuto vuol dire sicurezza, e per l'essere umano niente batte la sicurezza.
Ecco perché il desiderio da solo non basta.
Vuoi una cosa grande con la testa, e il corpo la legge come minaccia.
Più vita, più soldi, più visibilità, più amore: per un sistema nervoso che non li ha mai avuti prima, sono tutti sconosciuti. E lo sconosciuto, per quanto bello, accende comunque la centralina della paura.
L'urgenza allontana quello che vuoi
Quando vuoi una cosa con urgenza, la stai allontanando. Non per una legge cosmica: per biologia.
L'urgenza è uno stato di allarme, e in allarme tutto si chiude.
Guarda cosa succede nel mondo di questi tempi.
Guerre, disastri, violenza.
Sono in buona parte conseguenze della paura: paura della diversità, paura di quello che non conosciamo.
Restiamo dentro il recinto del noto anche quando tutto attorno brucia.
Molte persone muoiono nei disastri naturali proprio perché, invece di cercare riparo altrove, restano a casa. Non è una cosa di oggi: a Pompei, nell'eruzione del 79 d.C., in tanti sono morti nel luogo che ritenevano più sicuro, la propria casa.
Il corpo preferisce il pericolo conosciuto alla salvezza sconosciuta.
Vale per una città sotto la cenere e vale, in piccolo, per la vita che desideri e non ti concedi.
Quest'anno Regan Hillyer lo dice senza giri: l'urgenza è una delle credenze più tossiche da disimparare.
La fretta ti blocca dentro il tempo lineare, ti tiene aggrappata.
E se ti aggrappi a qualcosa che non riesce a sostenerti, lo tiri giù con te.
Capacità, non "mindset"
Puoi creare e avere solo ciò che il tuo sistema nervoso si sente in grado di contenere.
Per anni si è parlato di mindset, e l'ho fatto anche io.
Oggi non credo più che sia solo questione di mentalità, o almeno non del tutto.
Penso piuttosto che creare la realtà che desideri sia una questione di capacità: capire, in modo consapevole, quanto spazio hai dentro prima che scatti l'allarme.
Quindi la vera domanda non è "quanto lo desidero". È "quanto sono allenata a accoglierlo".
Cosa c'entra l'arte
E qui l'arte entra nel discorso, in un modo che quasi nessuno collega.
Io, negli ultimi due anni, l'ho visto succedere spesso anche nei corsi di orientamento al lavoro e di empowerment che tengo.
Fare arte è allenamento per la finestra di tolleranza. Alla lettera.
Quando fai un collage e non sai come verrà, ti stai allenando a stare nell'incertezza senza scappare.
È un gesto facile, senza conseguenze dirette, eppure funziona.
Quando lasci che un trasferimento d'immagine venga storto e lo tieni così, insegni al corpo che l'imperfezione non è un pericolo.
Non serve sempre performare oltre quello che possiamo in quel momento.
Non siamo tutti fenomeni, non siamo tutti Sinner. (dato che ieri si è svolta un'altra storica per l'Italia finale di Wimbledon)
E anche Sinner, ne sono certa, la sua capacità di essere un fenomeno se l'è allenata un pezzo alla volta.
Quando produci qualcosa senza controllarne l'esito, allarghi lo spazio dentro di te in cui puoi restare calma davanti a ciò che non domini.
Una ricerca del 2025 pubblicata su Frontiers sull'art therapy lo dice chiaro: fare arte regola il sistema nervoso, sposta il corpo fuori dal freeze e dall'allarme e lo riporta nella finestra dove le cose possono essere accolte.
Attiva anche i circuiti della ricompensa, quelli che segnalano al corpo sicurezza invece di minaccia.
Ogni volta che crei, quindi, stai aumentando la tua capienza.
Alleni il corpo a reggere l'ignoto, che è esattamente la muscolatura che serve per accogliere una vita più grande di quella di adesso.
Prima il contenitore, poi il contenuto
Dovremmo imparare non tanto a volere di più, ma qualcosa di più sottile: disimparare quello che pensiamo di sapere.
Immagina di avere sete e di voler bere, ma di non avere un recipiente in cui mettere l'acqua.
Non riusciresti a berla, la perderesti per terra. Qui vale lo stesso: senza un contenitore, non riesci a valorizzare il contenuto.
Noi invece vogliamo sempre il contenuto prima di lavorare su di noi per fare spazio, aprire, allargare.
E paradossalmente è proprio questo che ci porta a non ottenerlo, al contrario di tutto quello che ci hanno inculcato.
Se provi a versare una vita grande dentro un sistema nervoso che non è ancora un contenitore abbastanza capiente, quella vita gocciolerà a terra: non ha ancora posto dove adagiarsi. E non è colpa tua. Ognuno fa con quello che ha, nel momento in cui è.
La narrazione tossica è quella che ci vorrebbe tutti vincenti al primo colpo, tutti fenomeni.
Ma se ci pensi, i numeri due e gli "sconfitti" sono molti di più dei numeri uno.
Eppure, pensando alla finale di Wimbledon di ieri, possiamo davvero dire che chi ha perso non sappia giocare a tennis?
Il fatto di non essere "dei fenomeni" non riduce il nostro valore, quando lo abbiamo davvero.
Il "lasciar andare" di cui parlano tutti, tolta la patina, è questo: provare a togliere l'allarme, così che il corpo torni abbastanza aperto da ricevere.
Te lo dico da dentro
Ci sono stati momenti della mia vita in cui ho desiderato così in grande da arrivare a un passo da quello che volevo, e poi l'ho mollato lì e me ne sono andata.
Mi sono sempre sentita in colpa.
Mi sono accusata di non essere capace, non mi sono voluta bene, ho dato retta alla società che ti ripete "se vuoi, puoi". Balle.
A me non mancava il desiderio. Volevo con tutto il cuore certi traguardi.
Quello che mi mancava era lo spazio, la capienza.
Non c'era abbastanza posto, dentro quella me di allora, per farci stare la grandezza di ciò che stava arrivando.
Quando l'ho capito è cambiato tutto. Ho potuto accogliere quella grandezza perché ero pronta. Avevo fatto spazio.
La buona notizia è che a fare spazio ci si allena. Un piccolo gesto alla volta, così che quella bellezza smetta di essere una sconosciuta per il tuo corpo e diventi qualcosa che puoi tenere.
La domanda da cui partire
Se vuoi lavorare individualmente con me su questi temi, scrivimi a [email protected].
Buona Creazione Consapevole e alla prossima.
Federica